Fabrizio Govi - Appello per la salvaguardia del libro antico in Italia

Uno dei tanti paradossi italiani riguarda la gestione e l’idea che si ha in questo paese del libro antico. Gravi fatti senza precedenti si sono recentemente innestati sull’intricato groviglio legislativo che regola i beni culturali e sulle variabili e scostanti pratiche amministrative delle nostre istituzioni, locali e nazionali, creando uno scenario per molti versi emblematico del malfunzionamento della nostra società. Il tema va snocciolato in tutta la sua complessità e richiede pertanto una premessa ed un inquadramento storico.

Premessa storica sul collezionismo librario

Ai molti che non si sono mai interessati dell'argomento (tra questi, ahimè, vi sono pure molti addetti culturali dello Stato), vorrei subito dire che esiste un commercio molto attivo del libro antico (con questo termine intendo tutto quello che è documento cartaceo, quindi anche manoscritti, stampe, autografi, grafica, ma mi riferisco in particolare al libro a stampa della tradizione occidentale), che vede coinvolti migliaia di operatori a livello mondiale (organizzati e raccolti in varie associazioni di categoria, dagli Stati Uniti al Giappone, passando per i maggiori paesi europei) e, soprattutto, che vede circolare milioni di libri di varie epoche, dal tardo medioevo ai giorni nostri. I libri in commercio sono destinati in ultima istanza a biblioteche pubbliche, a collezioni private e a fondazioni, ma compiono vari giri e passaggi di mano (tra antiquari e case d'aste), prima di trovare una casa stabile.

Il commercio del libro antico e raro non è certo un fenomeno recente. Basti osservare che il libro a stampa (tralasciamo in questa sede ogni riferimento al mercato del libro nel mondo antico e in età medievale, ma lo stesso discorso si potrebbe applicare agevolmente anche al commercio del manoscritto o, almeno, a parte di esso) è ed è sempre stato un bene commerciale. Già a partire dal Quattrocento le neonate officine tipografiche costituiscono delle vere e proprie imprese commerciali, i cui direttori, i tipografi, cercano di interpretare le esigenze del mercato e decidono di conseguenza i testi da stampare e le tirature. Il collezionismo librario, più limitato socialmente prima dell'invenzione della stampa a causa dell'alto costo dei codici manoscritti, si allarga velocemente a larghi strati della popolazione, man mano che i costi di produzione del libro si vanno sempre più abbassando. Rinnovate esigenze di scrupolo filologico spingono i tipografi più colti a servirsi di collaboratori editoriali altamente qualificati, in questo furbescamente imitati da colleghi più intraprendenti che si contendono i lettori a colpi di millantate novità. Parallelamente si sviluppa anche la bibliofilia e, con essa, la ricerca delle edizioni più rare del passato. Già alla fine del Cinquecento sono attestate aste pubbliche di incunaboli. Grandi biblioteche private (agli albori della stampa tutte le biblioteche possono sostanzialmente dirsi private) si formano dietro l'intraprendenza e la passione di qualche collezionista; alcune di esse formano o confluiscono in biblioteche divenute nel frattempo pubbliche; molte altre invece andranno disperse o saranno vendute all'asta.

Se già nel Quattrocento l'Italia, da sola, stampa migliaia di edizioni in tirature che variano dalle 200 alle 1500 copie e forse più (l'Incunabula Short Title Catalogue della British Library elenca 10575 edizioni italiane stampate tra il 1465 circa e il 1500; lascio a voi fare un calcolo approssimativo del numero di volumi circolanti all'epoca, tenendo anche conto di tutto quello, difficilmente quantificabile, che è andato definitivamente perduto), è solo con il Cinquecento che il libro a stampa diviene veramente popolare. Nel corso del secolo vedono la luce milioni di libri (Venezia da sola ne produce quasi la metà), i prezzi di produzione crollano, le tirature aumentano, nascono i primi tascabili, le prime contraffazioni, le prime collane editoriali e nuovi generi letterari, indissolubilmente legati alla stampa. Se l'Orlando innamorato del Boiardo (composto fra il 1476 e il 1482), solo per fare un esempio, risente ancora dell'oralità dell'ambiente di corte, dove veniva declamato e copiato a mano per la biblioteca del duca e solo secondariamente impresso, il Furioso dell'Ariosto tradisce invece una genesi libraria e viene subito dato alle stampe (1516).

Niccolò V, considerato il fondatore della Biblioteca Vaticana, sarebbe probabilmente finito in bancarotta, se non fosse stato nominato papa, potendo così finanziare i propri acquisti presso il libraio Vespasiano da Bisticci con i soldi delle casse apostoliche. Dopo la morte di Gian Vincenzo Pinelli (1601), uno dei maggiori collezionisti italiani di libri del Cinquecento, la straordinaria biblioteca che questi aveva formato a Padova, fu trasportata via mare dal nipote, unico erede di quest'ultimo, presso il castello di Giugliano in Campania. Al momento dell'imbarco, il Senato veneziano fece requisire tutti i manoscritti di carattere politico e di interesse strategico per la Serenissima. Durante il viaggio via mare da Venezia, la nave fu assalita e saccheggiata dai pirati al largo di Ancona. In quell'occasione tutti gli strumenti scientifici e una parte considerevole dei libri e dei manoscritti andò dispersa. Il resto della collezione giunse sano e salvo a Giugliano, ma vi rimase solo per pochi anni, perché dopo poco fu comprato dagli emissari del cardinale Federico Borromeo. Fu quest'ultimo a far viaggiare di nuovo via mare la biblioteca da Napoli a Genova, e poi da lì, via terra, fino a Milano, ove divenne il fondo più importante della costituenda Biblioteca Ambrosiana. In pochi anni, in pratica, la biblioteca Pinelli compì il giro completo dell'Italia, perdendo probabilmente circa un terzo del suo contenuto, ma rimanendo comunque abbastanza integra fino alla notte tra il 15 e il 16 agosto del 1943, quando un bombardamento alleato provocò un incendio nella sala federiciana dell'Ambrosiana, ove era contenuta tutta la parte dei libri stampati della biblioteca Pinelli, che andò completamente distrutta. La storia delle grandi collezioni librarie francesi (la Francia erediterà il testimone della bibliofilia dall'Italia verso la metà del 1500) è fatta di grandi accumuli e di altrettanto grandi vendite già a partire dal Seicento (la biblioteca di Mazzarino finirà all'asta addirittura due volte).

Gli Olandesi poi sviluppano, prendendolo dal mondo arabo-spagnolo, quel tipo particolare di vendita, che è l'asta pubblica. Già a fine Cinquecento sono attestate aste di libri nei Paesi Bassi.  notorio, per esempio, che le matrici in rame delle carte geografiche di Gherardo Mercatore, il celebre cartografo, furono acquistate in asta, alla morte di quest'ultimo, dall'editore di Amsterdam Jodocus Hondius, che ne trarrà un Atlante (il primo della storia a riportare questo titolo), destinato a diventare un bestseller internazionale.

Anche la bibliofilia è un fenomeno antichissimo, quasi quanto la scrittura stessa, e ha svolto nella storia della cultura un ruolo di grande importanza. Naturalmente esistono vari tipi di bibliofilia, ma, a differenza del pregiudizio con cui è talvolta guardata da molti operatori culturali "istituzionali", essa è un fenomeno tutt'altro che superficiale. Collezionare libri ha spesso significato nella storia salvare dall'oblio o portare all'attenzione del mondo un intero campo del sapere del tutto inesplorato o dimenticato; raccogliere in un luogo e in un tempo delimitato un certo tipo di materiale, ha permesso di abbracciarlo in sol colpo d'occhio e di studiarlo a fondo. L'idea stessa di canone bibliografico-letterario sarebbe inconcepibile se quella delimitazione ideale che esso presuppone, non fosse prima avvenuta fisicamente in un luogo preciso, lo spazio racchiuso e selezionato della biblioteca. Questa, intesa come luogo fisico dove si raccolgono i libri, ebbe senza dubbio un ruolo decisivo nello sviluppo delle discipline letterarie, filologiche e bibliografiche. Senza la biblioteca di Alessandria, che raccoglieva tutto lo scibile del tempo, non sarebbero sorte la critica letteraria e storica e la filologia dei testi. Passando a tempi molto più recenti, fondamentali opere bibliografiche come gli Annali aldini di Antoine Augustin Renouard, solo per fare un esempio, sono nate dalla passione collezionistica del loro autore, il quale prima raccolse fisicamente i volumi, quindi successivamente li descrisse, per poi venderli infine all'asta alcuni anni più tardi.

La natura più nobile del collezionismo librario è indissolubilmente legata alla ricerca del sapere e dell'ordine; quello stesso ordine, fondamentale per la conoscenza umana ma mai veramente compiuto, che è alla base della stessa organizzazione della pagina stampata con i suoi caratteri mobili disposti in elegante successione (pensate, per esempio, al celebre Manuale tipografico bodoniano del 1818, vero e proprio monumento dell'arte tipografica, che va ben al di là degli aspetti puramente tecnici); che è alla base, inoltre, dell'antica arte della memoria (la così detta mnemotecnica, che ebbe tanto successo nel corso del Rinascimento a partire dall'Oratoriae artis epitome di Jacopo Publicio, pubblicata nel 1482) con il suo nobile tentativo di raccogliere nella mente umana tutto lo scibile; e che è alla base, infine, delle stesse biblioteche, vere e proprie materializzazioni dei teatri della memoria, intese sia come spazio architettonico studiato al meglio per mettere il libro a disposizione del lettore e creare un vero e proprio tempio alla cultura, sia come sistema di classificazione materiale e epistemologica di tutto il sapere.

Molti pensano che collezionare libri sia un passatempo superficiale per ricconi. Può anche esserlo a volte, ma, a parte il fatto che è possibile acquistare libri del Cinquecento con poche centinaia di euro, in realtà l'aspetto materiale del libro e le vicende editoriali di un testo sono aspetti di estrema importanza, che non sono purtroppo divenuti ancora patrimonio comune delle persone istruite. La storia della stampa e del collezionismo librario hanno, da sempre, avuto scarsa risonanza nelle scuole e nelle facoltà umanistiche, se non ovviamente nelle sedi appositamente dedicate alla storia del libro. Tutti leggono sui banchi di scuola il Canzoniere o i Promessi Sposi, ma pochi si curano di insegnare le vicende editoriali che stanno dietro alla loro pubblicazione. Nel primo caso anche gli studiosi che si occupano di Petrarca, tendono a trascurarne la tradizione a stampa perché poco significativa ai fini della ricostruzione filologica del testo, senza tener conto, in questo modo, di come lo studio di detta tradizione faccia luce sulla fortuna e sulla ricezione dell'opera nel corso dei secoli. Nel secondo caso la narrazione della stretta correlazione che lega la famosa "sciacquatura in Arno" alla seconda pubblicazione del romanzo manzoniano nel 1840, pur così accattivante in tutti i suoi tragici risvolti commerciali, viene completamente tralasciata.

Le vicende editoriali di un testo (sia esso un capolavoro assoluto, un'opera pioneristica in un certo campo del sapere o il successo di un'epoca) hanno infatti una duplice valenza: da un lato informano sulla ricezione e sulla diffusione di una certa opera dopo la sua uscita (tirature, ristampe, contraffazioni, privilegi, accordi commerciali, ecc.); dall'altra aiutano a capire i mutui rapporti fra stampa e lettori, mettendo in evidenza come il libro stampato abbia influenzato la maniera stessa di scrivere e leggere degli uomini. Ogni opera si offre al lettore anche nella materialità del libro, sollecitandone contemporaneamente l'occhio e la mente attraverso precise strategie editoriali (formato, tipo di carattere, presenza o meno di illustrazioni, dediche, ecc.). Per questo sarebbe importante che il rapporto diretto con le edizioni originali o antiche (vederle, maneggiarle, collazionarle) divenisse pratica diffusa non solo in ambito specialistico. Il paradosso è che la stampa, il primo grande medium della storia, quello che ha permesso la nascita di tutti i media che si sono sviluppati nei secoli successivi (editoria, giornalismo e, per certi versi, persino internet: come si scriverebbe al computer senza l'invenzione e il perfezionamento dei caratteri a stampa?), viene spesso malauguratamente trascurato.

La vicenda Girolamini


Fatta questa lunga, ma inevitabile premessa, arriviamo ai gravi fatti di cui si accennava all'inizio, i quali, in modo drammatico, hanno contribuito a mettere a nudo lo stato delle cose. Protagonista indiscusso ne è un certo Marino Massimo de Caro [ndr reo confesso nel processo napoletano], ma sullo sfondo si staglia il disastrato paese in cui viviamo.

Questi comincia un'attività da libraio antiquario sul finire degli anni Novanta e si mette in società con una libreria argentina, che figura per un breve periodo come associata straniera dell'Alai (Associazione Librai Antiquari d'Italia). Il De Caro sviluppa anche, parallelamente, una brillante carriera politica, che, grazie all'amicizia del bibliofilo Marcello Dell'Utri, lo porta a diventare consigliere del Ministro Giancarlo Galan. Al fianco di quest'ultimo, sarà prima al Ministero dell'Agricoltura, dal quale, come scoprirà poi la Procura di Roma, sottrarrà furtivamente vari volumi non catalogati, quindi al Mibac, il Ministero della Cultura. De Caro ottiene quindi la nomina di direttore della storica biblioteca napoletana, annessa al Monumento Nazionale dei Girolamini; lo stupore deriva dal fatto che chi al ministero ne ha ratificato la nomina, non si è neppure accorto che il candidato non era laureato, mancando quindi di uno dei requisiti fondamentali richiesti per quel posto. La scelta del luogo naturalmente non è stata casuale: la biblioteca versava in condizioni disastrose ed era chiusa al pubblico da molti anni […].

La svolta giunge nella primavera del 2012, quando una grande partita di libri provenienti dai Girolamini (e forse anche da altre biblioteche pubbliche) finisce in vendita in una casa d'aste di Monaco di Baviera. Siamo a circa un anno dalla nomina di De Caro e la notizia è ormai giunta alle orecchie della maggior parte degli operatori del settore. Leggendo il catalogo dell'asta, emerge subito con chiarezza che circa 500 lotti, contrassegnati dal numero di due soli venditori, si riferiscono a libri molto probabilmente sottratti a suddetta biblioteca. Viene da noi prontamente allertata l'autorità competente, che ne era comunque già al corrente, e i responsabili dell'asta decidono di ritirare i lotti incriminati. De Caro viene arrestato insieme ai suoi complici più diretti e, dopo qualche mese, pure tre librai antiquari sono fermati con l'accusa di associazione a delinquere e/o ricettazione.

Ed ecco che si arriva alla farsa e il paradosso italiano si dispiega in tutta la sua amarezza. I libri sottratti dai Girolamini, a detta dei magistrati inquirenti, sono in gran parte privi di contrassegni e timbri (anche perché, sembra, rimossi in parte dagli autori della spoliazione), le autorità non sono in grado di fornire un elenco dei libri rubati agli operatori del settore, quali librai, case d'aste e istituzioni internazionali attive sul mercato, e i magistrati inquirenti insieme con il Comando Carabinieri TPC decidono, per recuperare i libri, di non collaborare con gli antiquari (considerando il mercato internazionale come un soggetto colluso, che ha assorbito i libri dei Girolamini senza battere ciglio, come dichiarato al New York Times dal procuratore Melillo), ma di affidarsi alle dichiarazioni interessate del De Caro, il quale, nel frattempo, pur condannato a 7 anni e ad un risarcimento milionario (la Corte dei Conti ha calcolato in circa 19.000.000,00 di euro la somma da risarcire da parte dei responsabili del furto di Napoli), ottiene gli arresti domiciliari […].

Man mano che le indagini procedono, si assiste con crescente preoccupazione e costernazione al fatto che le autorità inquirenti, oltre a non conoscere la storia del commercio librario (cosa più che comprensibile) e a non volersi confrontare in alcun modo con gli esperti del settore (cosa molto meno comprensibile), sembrano ignorare che i libri siano dei multipli, prodotti in centinaia di copie, e cominciano a confiscare alla "cieca", per così dire, opere che non possono essere ricondotte ai Girolamini o ad altre biblioteche […]. Poco importa che l'esemplare sia palesemente diverso o che la provenienza e la proprietà del bene non siano dimostrabile, le cause maggiori della salvaguardia del patrimonio dello Stato impongono di procedere. Peccato che nessuno poi vada a verificare le condizioni in cui versano le biblioteche, là dove i libri dovrebbero essere conservati; che nessuno si preoccupi di far applicare la normativa ministeriale che impone alle biblioteche di timbrare i propri libri; che nessuno voglia realmente indagare come sia stato possibile nominare De Caro alla direzione di una biblioteca e come questi abbia potuto rubare indisturbato, durante le sue visite periodiche in qualità di consigliere ministeriale, volumi di ingenti dimensioni da numerose altre biblioteche della penisola.

Le autorità dello Stato, siano queste magistrati, forze di polizia o esperti del ministero e delle sovrintendenze, sembrano spesso disposte a comprimere momentaneamente il diritto di proprietà e la libertà dei cittadini senza effettuare accurati controlli preventivi, ma non paiono prestare la medesima attenzione a quello che si verifica nelle biblioteche e negli archivi, che versano talvolta in condizioni deplorevoli. Certo è ben più facile criminalizzare un'intera categoria di commercianti! Purtroppo, se si ignora completamente la storia del commercio librario (pare, a volte, parlando con certi uomini delle istituzioni, che le biblioteche pubbliche si siano formate per intervento dello Spirito Santo, e non storicamente attraverso la lenta acquisizione sul mercato di opere da parte dei collezionisti), non si capisce che i librai e le case d'asta sono parte integrante e fondamentale della "filiera" libro antico. Se uno degli elementi viene meno (biblioteche pubbliche, fondazioni, collezionisti privati, librai e case d'aste), la conservazione e lo studio dei libri antichi ne risentono inevitabilmente. Scrive a questo proposito Rossana Rummo, Direttore generale per gli Archivi del Mibact, in un passaggio del suo intervento al convegno "Il collezionismo librario", organizzato da Alai e Sovrintendenza dell'Emilia Romagna a Bologna nel settembre 2012:

«Anche a seguito della vicenda dei Girolamini e di altri simili accaduti, necessita una maggiore responsabilizzazione nei riguardi della tutela del libro da parte dello Stato, nonché una più salda e forte collaborazione tra gli attori e i protagonisti della filiera del libro, soprattutto nel momento di attuale difficoltà economica attraversato dalle biblioteche - basti guardare alle politiche degli acquisti di raccolte private o di libri d'antiquariato - e dai mercati; per questo è auspicabile la semplificazione della regolamentazione al fine di favorire il mercato antiquario e il collezionismo, senza far abbassare la guardia sui compiti dello Stato italiano, del Ministero per i beni e le attività culturali e delle biblioteche che devono procedere di pari passo nella tutela dell'identità del cittadino. Dunque, anche in ragione della disparità a livello regionale dei vincoli alle esportazioni, di standard, comportamenti e procedure operative, risulta prioritaria l'apertura di un tavolo tecnico con Regioni, Conferenza Stato Regioni e organismi deputati per armonizzare il settore, trovare soluzioni comuni che facciano vivere lo straordinario mercato antiquario e l'operato dei collezionisti, quale ganglio vitale di questa filiera e specifico settore che prenda parte alla collaborazione e allo sforzo etico di cui c'è bisogno per la tutela del libro e del patrimonio culturale italiano. Infatti, l'episodio occorso non ha solamente oscurato l'immagine dello Stato italiano ma ha gettato ombre sulla stessa professione degli antiquari: è dunque fondamentale che la parte sana di questo corpo proceda in rapporto sinergico con la nostra Amministrazione per recuperare una collaborazione viziata da alcuni elementi negativi che devono essere espunti».

La gestione, fino ad oggi, dell'episodio dei Girolamini rischia, da un lato, di non essere efficace nel recupero dei libri rubati che ancora mancano all'appello (per quanto sembri paradossale, i libri ritirati dall'asta di Monaco di Baviera risultano ancora nelle mani della polizia tedesca a distanza di più di due anni), dall'altro di distruggere definitivamente il già agonizzante mercato italiano del libro antico. La vicenda s'innesta infatti su altre enormi problematiche, rappresentate dal crollo del mercato interno e dalla difficoltà ad accedere al mercato estero per una serie di normative (già ben evidenziate nel passaggio precedente della Dott.ssa Rummo), che penalizzano enormemente il commercio dei beni librari; la legge dice infatti che nessun bene librario avente più di 50 anni, indipendentemente dal suo valore, possa lasciare il territorio nazionale senza una licenza di esportazione (state attenti quindi a varcare il confine con uno "Struzzo" del 1963 del valore di 3 euro, perché potreste commettere un reato penale). Dietro a tutto ciò vi è la retorica di uno Stato che vuole salvaguardare tutto e perde tempo a tutelare un libro da 5 euro, mentre crollano i muri di Pompei. A causa di questa diffusa mentalità nelle istituzioni e a causa di una legge così restrittiva, gran parte del mercato dei più importanti pezzi italiani d'antiquariato si svolge all'estero. Gli operatori italiani si sentono in balia dei capricci e dei soprusi delle autorità, le quali, in modi alquanto imprevedibili e senza una vera coerenza su scala nazionale, bloccano sovente dei beni, senza poi far seguire, all'atto di notifica dell'interesse culturale, un acquisto da parte dello Stato, come dovrebbe avvenire per logica conseguenza e come avviene in tutti gli altri paesi dove esiste una legislazione analoga. In questa situazione di totale incertezza, spesso i collezionisti rinunciano a vendere per paura che i loro beni vengano notificati e non possano quindi essere esportati.

La legge italiana sembra concepita appositamente per mortificare il mercato dell'arte, nuocendo, in questo modo, ad un settore che potrebbe invece rivestire una notevole rilevanza economica e creando, al tempo stesso, una situazione decisamente sfavorevole per la salvaguardia del patrimonio storico in mani private. Si tratta di un vero e proprio caso di autolesionismo. È stato infatti calcolato che in un mercato italiano dell'arte intelligentemente liberalizzato (il che non significa non controllato), il fatturato di quest'ultimo (inclusi ovviamente anche i libri antichi) passerebbe dai 390 milioni del 2013 a oltre 10 miliardi. Oltre che le casse dello Stato, anche la conservazione e la tutela ne trarrebbero sicuramente giovamento. Una delle ragioni dell'esplosione del mercato dell'arte contemporanea (con meno di 50 anni) è da ricercarsi anche nella normativa attuale: se fosse più semplice e sicuro investire in opere antiche, è probabile che, al di là delle mode passeggere del momento, in molti tornerebbero ad investire nell'antico, con conseguente beneficio anche per la sua conservazione. Collezionismo, passione per l'antico, salvaguardia dei siti storici, attaccamento alle origini del proprio territorio sono tutte facce della stessa medaglia, che tendono ad alimentarsi vicendevolmente […].

Riforma della legislazione sui beni culturali


Occorre pertanto intervenire tempestivamente a riformare la legislazione dei beni culturali. I librai, da parte loro, dovranno acquisire maggior consapevolezza del ruolo che esercitano nella conservazione del patrimonio comune, mentre le autorità dovranno finalmente aprirsi al mercato e invitare gli antiquari al tavolo di discussione. Occorre poi invertire la drammatica tendenza all'abbandono delle nostre biblioteche e dei nostri archivi. Lì si conserva la nostra memoria storica, senza la quale non esiste identità nazionale; e la cosa è tanto più grave, quanto più il paese in questione, l'Italia, potrebbe fare della sua storia un'enorme risorsa identitaria e un eccezionale volano economico. Per fare ciò, si deve investire nelle biblioteche e negli archivi, renderli più fruibili e conosciuti al grande pubblico, coinvolgendo anche i privati nelle iniziative e negli acquisti tramite sgravi fiscali consistenti.

Per quanto poi concerne, più direttamente, la legislazione sui beni culturali, questi sono i punti improrogabili che vanno affrontati con urgenza:

  • Estensione delle soglie di valore, già previste dal Regolamento Europeo per le esportazioni extra UE, alla disciplina che regola le esportazioni dall'Italia: ne deriverebbero, da un lato, un indubbio snellimento dei procedimenti amministrativi e, dall'altro, la possibilità da parte degli Uffici Esportazione di concentrare le proprie risorse sui beni, la cui uscita definitiva possa realmente costituire un pregiudizio per il patrimonio culturale. Ciò anche al fine di evitare gli "effetti perversi" di una prassi applicativa volta a "vincolare tutto per non controllare nulla" (TAR Lazio 3 novembre 2010-21 dicembre 2011 n. 2659);
  • Revisione del limite dei cinquant'anni ed estensione a 100 anni;
  • Un termine perentorio e improrogabile per le procedure di rilascio dell'attestato di libera circolazione (salvo casi eccezionali);
  • Una nuova procedura amministrativa unica per l'esportazione, chiara e omogenea per tutto il Paese, che preveda, tra le altre cose, che l'originale dell'attestato di libera circolazione circoli insieme al bene sul modello del "passaporto" francese;
  • La revisione dei principi, attualmente contenuti nella Circolare del 18 maggio 1974, che guidano sia la notifica della dichiarazione di interesse culturale sia i limiti alle esportazioni. È necessario che il Ministero stabilisca, attraverso un proprio regolamento, degli indirizzi di carattere generale che contemperino gli interessi di tutela della proprietà privata e della libera circolazione delle merci in Europa con la necessità di tutela del patrimonio nazionale, individuando con chiarezza e precisione quali siano i criteri che individuano un bene che merita la notifica e facendo seguire alla notifica un acquisto effettivo del bene. In assenza di un chiaro dettato normativo, non ci si può quindi affidare esclusivamente all'intelligenza di alcuni giudici, quale quello del Tribunale di Como che, in una recente sentenza relativa ad un caso di asserita esportazione illecita, ha assolto l'imputato con formula piena ("perché il fatto non sussiste"), sostenendo, nelle motivazioni della sentenza assolutoria, che la definizione di "bene che presenta interesse culturale" contenuta nella legge, costituisce "un concetto del tutto discrezionale non definito in modo sufficientemente preciso dalla normativa vigente";
  • La possibilità, come avviene per esempio negli Stati Uniti, di ottenere sponsorizzazioni private defiscalizzabili per la realizzazione di mostre e per l'acquisto di libri, che aiutino le biblioteche a mantenersi attive sul mercato e a promuovere il loro patrimonio.
  • Questo, insieme a maggiori investimenti da parte dello Stato (non credo che sarebbe poi così dispendioso, per esempio, assumere guardie armate da posizionare all'ingresso delle biblioteche e degli archivi, che ispezionassero anche i dipendenti al momento dell'ingresso e dell'uscita), è ciò che sarebbe indispensabile fare per meglio tutelare il nostro straordinario patrimonio librario e per evitare che l'alta professionalità di tanti operatori del settore trovi sede all'estero o vada definitivamente persa.

In conclusione vale la pena di ricordare che una maggior circolazione dei libri, in Italia e soprattutto all'estero, non solo rappresenterebbe un eccezionale strumento di promozione culturale per il paese (il fatto che volumi a stampa o manoscritti italiani costituiscano i fiori all'occhiello di tante istituzioni americane o giapponesi, le quali con grande sollecitudine ne curano la conservazione e ne promuovono la conoscenza, non può che essere un elemento positivo per l'Italia), ma aiuterebbe anche gli scambi culturali e la diffusione delle idee. I libri devono poter circolare per continuare a comunicare quello che hanno da dire in modi sempre nuovi e per mantenersi attuali anche agli occhi delle nuove generazioni; le biblioteche, dal canto loro, hanno bisogno frequente di rinnovarsi e di trasformarsi, per non rimanere semplici contenitori di documenti storici inerti.

Fabrizio Govi