Vittorio Alfieri - Cosa sia il tiranno

Brani scelti: VITTORIO ALFIERI - Cosa sia il tiranno (Della tirannide, capitolo I) - 1800.

Il definire le cose dai nomi, sarebbe un credere, o pretendere che elle fossero inalterabilmente durabili quanto essi; il che manifestamente si vede non essere mai stato. Chi dunque ama il vero, dee i nomi definire dalle cose che rappresentano; e queste variando in ogni tempo e contrada, niuna definizione pu essere pi permanente di esse; ma giusta sar, ogni qualvolta rappresenter per l'appunto quella cosa, qual ella si era sotto quel dato nome in quei dati tempi e luoghi. Ammesso questo preamboletto, io mi era gi posta insieme una definizione bastantemente esatta e accurata del tiranno, e collocata l'avea in testa di questo capitolo: ma, in un altro mio libercolo, scritto dopo e stampato prima di questo, essendomi occorso dappoi di dover definire il principe, mi son venuto (senza accorgermene) a rubare a me stesso la mia definizione del tiranno. Onde, per non ripetermi, la ommetter qui in parte; n altro vi aggiunger, che quelle particolarit principalmente spettanti al presente mio tema, diverso affatto da quell'altro DEL PRINCIPE E DELLE LETTERE; ancorch tendente pur questo allo stesso utilissimo scopo, di cercare il vero, e di scriverlo.
TIRANNO, era il nome con cui i Greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. E quanti, o per forza, o per frode, o per volont pur anche del popolo o dei grandi, otteneano le redini assolute del governo, e maggiori credeansi ed erano delle leggi, tutti indistintamente a vicenda o re o tiranni venivano appellati dagli antichi.
Divenne un tal nome, coll'andar del tempo, esecrabile; e tale necessariamente farsi dovea. Quindi ai tempi nostri, quei principi stessi che la tirannide esercitano, gravemente pure si offendono di essere nominati tiranni. Questa s fatta confusione dei nomi e delle idee, ha posto una tale differenza tra noi e gli antichi, che presso loro un Tito, un Trajano, o qual altro pi raro principe vi sia stato mai, potea benissimo esser chiamato tiranno; e cos presso noi, un Nerone, un Tiberio, un Filippo secondo, un Arrigo ottavo, o qual altro mostro moderno siasi agguagliato mai agli antichi, potrebbe essere appellato legittimo principe, o re. E tanta la cecit del moderno ignorantissimo volgo, con tanta facilit si lascia egli ingannare dai semplici nomi, che sotto altro titolo egli si va godendo i tiranni, e compiange gli antichi popoli che a sopportare gli aveano.
Tra le moderne nazioni non si d dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e tremando) a quei soli principi, che tolgono senza formalit nessuna ai lor sudditi le vite, gli averi, e l'onore. Re all'incontro, o principi, si chiamano quelli, che di codeste cose tutte potendo pure ad arbitrio loro disporre, ai sudditi non dimanco le lasciano; o non le tolgono almeno, che sotto un qualche velo di apparente giustizia. E benigni, e giusti re si estimano questi, perch, potendo essi ogni altrui cosa rapire con piena impunit, a dono si ascrive tutto ci ch'ei non pigliano.
Ma la natura stessa delle cose suggerisce, a chi pensa, una pi esatta e miglior distinzione. Il nome di tiranno, poich odiosissimo egli oramai sovra ogni altro, non si dee dare se non a coloro, (o sian essi principi, o sian pur anche cittadini) che hanno, comunque se l'abbiano, una facolt illimitata di nuocere: e ancorch costoro non ne abusassero, s fattamente assurdo e contro a natura per se stesso lo incarico loro, che con nessuno odioso ed infame nome si possono mai rendere abborevoli abbastanza. Il nome di re, all'incontro, essendo finora di qualche grado meno esecrato che quel di tiranno, si dovrebbe dare a quei pochi, che frenati dalle leggi, e assolutamente minori di esse, altro non sono in una data societ che i primi e legittimi e soli esecutori imparziali delle gi stabilite leggi.
Questa semplice e necessaria distinzione universalmente ammessa in Europa, verrebbe ad essere la prima aurora di una rinascente libert. il vero, che nessuna cosa poi tra gli uomini riesce permanente e perpetua; e che (come gi il dissero tanti savj) la libert pendendo tuttora in licenza, degenera finalmente in servaggio; come il regnar d'un solo pendendo sempre in tirannide, rigenerarsi finalmente dovrebbe in libert. Ma siccome per quanto io stenda in Europa lo sguardo, quasi in ogni sua contrada rimiro visi di schiavi; siccome non pu oramai la universale oppressione pi ascendere, ancorch la non mai fissabile ruota delle umane cose appaja ora immobile starsi in favor dei tiranni, ogni uomo buono dee credere, e sperare, che non sia oramai molto lontana quella necessaria vicenda, per cui sottentrare al fin debba all'universale servaggio una quasi universal libert.

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